Esclusiva – Davide Cimolai: “Oggi da corridore non ti diverti più. Ho ancora un messaggio di Greipel salvato nel cellulare”
La nuova vita di Davide Cimolai è già iniziata. Dopo 16 anni da professionista, il classe ’89 ha deciso di smettere al termine della passata stagione, in cui ha vestito la maglia della Movistar con il ruolo di lead-out di Fernando Gaviria, velocista di punta della formazione spagnola. Il 2025 non è stato un anno fortunato per il friulano, che ha spesso dovuto rincorrere la sua condizione di forma migliore a causa di malattie in cui è incappato durante l’anno. A fine stagione è poi arrivata la decisione di smettere con il ciclismo professionistico, anche per dedicare più tempo alla sua famiglia. La redazione di SpazioCiclismo lo ha contattato telefonicamente per parlare di com’è cambiato il ciclismo oggi e rivivere alcuni momenti della sua carriera, in cui ha ottenuto nove vittorie da professionista.
Ormai è passato un mese e mezzo da quando hai annunciato il tuo addio al ciclismo professionistico. Come sta andando il tuo primo inverno giù dalla sella?
Molto bene, non ho nessun rimpianto. L’unico forse è che negli ultimi anni spesso a gennaio ero in ritiro a Gran Canaria, dove il clima è un po’ diverso rispetto all’Italia (ride, ndr)… Per il resto nessun rimpianto, anzi. Se oggi arrivasse un’offerta, sarebbe molto difficile tornare a fare la vita da corridore. Solo adesso mi accorgo di quanto sia difficile la vita del professionista. Avendo corso in bici per una vita intera, non mi ero mai reso conto di come fosse la vita normale. Ora che la sto vivendo, capisco che fare l’atleta non è da tutti. Mi sto godendo la famiglia e sto recuperando il tempo perso con le figlie.
In questi giorni è uscita la notizia del ritiro di Simon Yates, che tra le altre cose ha citato quanto la vita del ciclista professionista tolga alla vita in famiglia. Tu lo capisci, da questo punto di vista?
Condivido il ragionamento. Se fosse rimasto il ciclismo di qualche anno fa, sicuramente sarebbe stato molto più facile. Con le esigenze che richiede ora il professionismo, è molto difficile riuscire a combinare la carriera con la famiglia se vuoi far crescere i tuoi figli in una determinata maniera. Se, in un certo senso, “ti accontenti” di affidare i figli alla mamma o a una baby sitter, è diverso. Io però ho preso la mia decisione anche perché i primi otto anni sono i più importanti nella formazione del carattere e del futuro dei figli, quindi voglio esserci.
C’è un po’ un rischio di burnout oggi nel ciclismo?
Sì, non è una grossa novità. Se fossi stato un grande campione, non ci avrei pensato due volte a ritirarmi a livelli molto alti. Lo avrei fatto all’apice della carriera, indipendentemente dallo stress del ciclismo. Avendo vissuto il cambiamento radicale degli ultimi anni, soprattutto dopo il Covid, capisco che è dura, sia dal punto di vista fisico sia da quello mentale. Una volta, per preparare la Milano-Sanremo arrivavi alla Tirreno-Adriatico ancora all’80 o 90%. Adesso alla prima gara dell’anno il buon professionista deve farsi trovare in forma, altrimenti rischi di non finirla o di allungare i tempi di recupero. Questo vale praticamente per tutti, tranne i fenomeni come Van Der Poel e Pogačar. Poi è cambiato tanto anche nell’alimentazione. Devi essere sempre sul pezzo.
Questo aumenta lo stress in gruppo.
Una cosa che rovina i corridori è che non ti diverti più. Forse anche per l’abuso dei social network, c’è poca interazione tra i corridori. Non c’è più il gruppo in squadra, come invece era una volta. Ho ritrovato un po’ questa cosa nella Movistar, che dopo cena ci si ritrova a bere caffè o a mangiare un pezzettino di cioccolato sul pullman. Altrimenti ti rinchiudi in camera a guardare Netflix e a stare sui social network. Questa è una brutta cosa, che influenza molto il corridore. Mi sono reso conto che non mi divertivo più alle corse. Magari anche solo per la fatica, eh. Però un tempo andavo via dalle corse che ero felice, negli ultimi anni… insomma.
In effetti a volte nei tavoli delle squadre a cena si vedono tanti corridori guardare il cellulare senza interagire.
È tristissimo. Negli ultimi anni, da “vecchietto” della squadra, mi sono imposto di non stare con il cellulare a tavola. A volte mi capitava di avere l’istinto di prenderlo dalla tasca, ma lo mettevo via e cercavo di tirare fuori un discorso con qualche domanda, per interagire un po’ con tutti. Questo però veniva sempre soltanto da me. La squadra mi chiedeva anche questo, negli ultimi anni. Però essere sempre l’unico a dover lottare per questa cosa qui è complicato.
Parlando del tuo addio alla Movistar, pensi che i risultati di Fernando Gaviria abbiano influito sulla vostra mancata conferma?
Sì, sicuramente. Non ho la bacchetta magica, non posso dire che se avesse vinto qualche tappa avrei sicuramente rinnovato. Però avrebbe giovato, a entrambi. Non so quanto, ma lo avrebbe fatto.
In carriera hai avuto tanti capitani di spessore: hai corso con Greipel, Démare, Gaviria, alla Lampre, alla Liquigas… Con chi ti sei trovato meglio?
Bella domanda. A me bastano pochi gesti. Quando il tuo capitano perde, arriva secondo o terzo ma con umiltà ti dice “Grazie Cimo”, vuol dire molto. Ho un ricordo con Greipel, un anno in cui eravamo al Giro di Turchia, nel 2021. Ogni giorno avevo lanciato le volate in maniera egregia, tant’è che un giorno l’ho portato praticamente a 80 metri dall’arrivo ma ha comunque perso lo sprint. È stato il suo ultimo anno da professionista, perché ha capito che non era più al suo livello. Ricordo che quella sera mi ha mandato un messaggio, che tengo ancora salvato nella memoria, in cui diceva: “Nella mia carriera ho avuto tanti treni, ma non ho mai avuto un lead-out come il tuo”. Questo è il ricordo più bello che ho di Greipel.
I veri campioni sono così.
Ricordo anche un’altra grande persona, oltre che grande campione. Quando ero in Lampre, mi sono trovato a lavorare per Scarponi in un campionato italiano. Lui era estremamente simpatico come persona, molto disponibile, e al di là di questo ricordo che aveva avuto una grande umiltà nel venire a ringraziarmi per il lavoro che avevo fatto in quel campionato italiano, anche se non aveva vinto. Ho anche dei bei ricordi con Démare, che mi fece un regalo prima ancora che iniziasse il Tour de France. Quell’anno avevamo vinto tre tappe e la maglia verde al Delfinato, quindi eravamo arrivati felici al Tour e lui mi aveva fatto un bel regalo. Poi ha anche vinto una tappa in quel Tour, quindi è andata bene.
Ti faccio questa domanda perché so che siete amici: chi è stato il miglior lead out tra te e Jacopo Guarnieri?
Penso che Guarnieri fosse il migliore in assoluto degli ultimi uomini per lanciare una volata in una tappa piatta. Dopo di che, è capitato più di una volta che in tappe mosse, con qualche dislivello in più, il buon Jacopo si staccasse e diciamo che a quel punto toccava a me sostituirlo. Ma normalmente ero davanti a lui nel treno. Nelle tappe più mosse lo sostituivo, ma in una tappa di pianura Jacopo era il numero uno dei lead out, secondo me.
Oggi è molto più difficile essere un velocista perché devi tenere molto di più in salita.
Sì, è molto più difficile per due motivi. Uno appunto è che devi tenere di più: la tendenza è mettere sempre meno volate, anche nelle corse a tappe. Questo avviene perché secondo gli organizzatori il pubblico si annoia. Per questo si mettono sempre meno volate. L’altro motivo è che le velocità sono aumentate. Prendere aria adesso è tanto più compromettente rispetto a stare al vento dieci anni fa.
Parlando della tua vita oggi, quali sono i tuoi progetti?
Da una parte sto pensando di lanciare un progetto nell’agricoltura, che è il mio sogno più grande. Dall’altra però non volevo sprecare questi 16 anni da professionista, che hanno davvero in pochi al mondo. Mi sto dividendo tra questi due progetti. Uno appunto è sull’agricoltura, mentre l’altro è lanciare uno studio nel ciclismo. Quando inizierò sarò più specifico. Voglio trasmettere con la mia passione quanto ho imparato nei miei 16 anni da professionista e soprattutto negli ultimi 5, quando è cambiato il mondo del ciclismo.
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